lunedì 7 dicembre 2009

IL DIVORZIO IN ITALIA



 per votare quello che sarebbe stato il secondo referendum dopo la scelta tra monarchia e repubblica. Per una volta non si vota su un partito o per dar voce alla propria fede politica, si vota per mantenere o meno una legge approvata tre anni prima dal parlamento italiano. In Europa rimanevo due le nazioni in cui il "matrimonio" era considerato indissolubile non solo dalla chiesa, ma anche dallo stato e cioè le cattolicissime Spagna e Irlanda. L'Italia aveva già la sua legge, seppur limitativa, che concedeva il divorzio per cause gravissime, ad esempio la condanna di uno dei due coniugi ad una pena detentiva superiore ai 15 anni, ma gli oltranzisti cattolici si appellarono per l'abrogazione non tanto perché fosse imperfetta, ma perché andava contro quell'indissolubilità del matrimonio precedentemente menzionata. Gli schieramenti politici furono netti ed inequivocabili: a favore dell'abrogazione si ergevano a paladini la 
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Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale Italiano, per il mantenimento della legge tutti gli altri.
Nonostante questa divisione , apparentemente sproporzionata, l'esito della votazione non era per niente scontato; l'Italia , paese cattolico per antonomasia, poteva contare sull'appoggio di parecchi franchi tiratori appartenenti a partiti divorzisti che , per coscienza morale, non se la sarebbero sentita di porre in discussione l'integrità di un sacramento. In realtà successe esattamente il contrario perché molti elettori della DC e del MSI non vollero arrogarsi il diritto di decidere la sorte della totalità delle famiglie italiane ed andarono contro l'indottrinamento dei loro partiti; le cifre parlarono chiaro ed in ogni caso divisero l'Italia in due tronconi netti, nord/centro da una parte e sud dall'altra, dove si ottennero risultati diametralmente opposti.


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Cominciamo col dire che la percentuale a favore dei NO , cioè contrari all'abrogazione della legge sul divorzio fu del 59,1% mentre quella dei SI all'abrogazione del 40,9%. Votarono l'88.1% degli aventi diritto, una cifra che testimonia quanto, negli anni '70, fosse maggiormente sentito il dovere civico da parte degli italiani in campo elettorale o, come in questo caso, referendario, sicuri che si potesse modificare lo stato delle cose attraverso la libera espressione del voto e non solamente attraverso la lotta armata come da qualche parte si andava ventilando sempre più prepotentemente. Se andiamo ad analizzare i risultati delle politiche di due anni prima (1972) vediamo che i partiti antidivorzisti raggiungevano una percentuale 47.8% quindi significa che il 7% degli elettori "tradirono" le disposizioni partitiche secondo la propria coscienza. I favorevoli al divorzio stravinsero al nord e al centro con Torino che guadagnò la palma di città più "divorzista"
con la percentuale record del 79.8%, mentre al sud vinsero gli antidivorzisti con il 52% dei voti.
Questo referendum per abrogare la legge era stato richiesto da Gabrio Lombardo ed aveva ottenuto subito l'adesione del movimento sociale e del vaticano; la maggior parte dei vescovi, non tutti, si schierarono apertamente, violando in qualche modo il concordato di non ingerenza della chiesa con lo stato, mentre nella Democrazia Cristiana le voci dissidenti , all'interno del partito stesso, furono più di una poiché si paventava una vittoria dei no ed una conseguente perdita di prestigio del partito che deteneva la maggioranza. Vi erano poi alcuni partiti come quello radicale che faceva della propaganda per il No una vera e propria campagna elettorale e lanciava in prima linea l'emergente figura carismatica di Marco Pannella. Ci furono episodi curiosissimi da citare, ma che, nel calderone quasi carnascialesco in cui si svolgeva qualsiasi elezione o referendum nel nostro paese , ben caratterizzavano la foga e la passionalità dei politici; infatti si arrivò persino a far slittare la programmazione tv dell'Eurofestival ( che all'epoca era un evento seguitissimo ) perché la mite Gigliola Cinquetti, che giunse seconda in quella manifestazione, aveva avuto la sfortuna di cantare un brano che s'intitolava "Si" e che conteneva la sconvenientissima frase all'interno "Si… all'amore ho detto si…" e poichè la rai aveva censurato le parole "Si" e "No" in periodo di campagna referendaria, la trasmissione andò in onda tempo dopo e la canzone perdette il lancio dell'eurofestival diventando popolarissima all'estero e molto meno in Italia .
Chissà come se la cavarono nelle interviste a personaggi dello sport; immagino ad esempio ….."buon giorno Gimondi è stata una tappa dura quella odierna?" "beh direi di si perché.." "STOP! questa si taglia!!!
Oggi fa quasi tenerezza l'ardore della battaglia per il referendum sul divorzio divise l'Italia, e viene da sorridere ripensando agli anatemi lanciati dagli antidivorzisti, che vedevano in quella legge l'entrata nel mondo degl'inferi, implorando i coniugi in rotta di collisione al sacrificio quotidiano in nome del semplice quieto vivere.(pagine70.com)


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Le mie esternazioni
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sabato 5 dicembre 2009

AUSTERITY,ricordate quando gli Italiani andavano a piedi ?


2 dicembre 1973: l'Italia va a piedi. Per la prima volta il nostro paese scopre le domeniche senza automobile: non per contrastare l'inquinamento, ma per ridurre i consumi di benzina. Il petrolio scarseggia e bisogna centellinarlo. Tutti a piedi, allora, compreso il presidente Leone che si fa fotografare con moglie e figli mentre si reca a messa a piedi. Tutti a piedi, quindi. Oppure in bici, in tandem, sui pattini, in calesse persino. E tutti a sperare che la crisi energetica finisca presto. Invece dura e il periodo di austerità dei consumi si protrae fino a metà del 1974. Nell'aprile di quell'anno, se non altro, si passa dalle domeniche a piedi alle targhe alterne, meno efficaci ma meno radicali. Le misure saranno poi revocate in giugno. Finirono per farci su un film. In "Conviene far bene l'amore" del 1975 Gigi Proietti scopre che, esaurito il petrolio, è possibile generare energia attraverso i rapporti sessuali.


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Lo "shock petrolifero", come veniva chiamato, era stato provocato dalla guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur. I Paesi arabi dell'OPEC utilizzarono il petrolio come arma di ricatto verso gli occidentali colpevoli di appoggiare Israele: ridussero la produzione e ne aumentarono il prezzo. La distorsione del mercato ebbe conseguenze pesanti obbligando i paesi che dipendevano dal petrolio importato a ridurre i consumi. Fu un'immane crisi energetica. Il governo Rumor dichiarò perciò lo stato di austerity, un periodo in cui gli italiani sarebbero stati costretti a eliminare ogni spreco di elettricità e limitare l'uso dell'automobile. Nacquero così le domeniche a piedi per ridurre il consumo di benzina e furono poste delle limitazioni al riscaldamento delle abitazioni. L'Italia andava a velocità dimezzata: i negozi ridussero l'orario di apertura, l'illuminazione pubblica fu limitata, le trasmissioni tv finivano per le ore 23, i cinema chiudevano dopo il primo spettacolo serale. Tutti a casa, a infilare le chiavi nel portone senza nemmeno l'aiuto della luce amica di un lampione. Austerity è il fantasma dell'economia del bel paese. Gli italiani pensavano d'essersene sbarazzati con la fine della crisi petrolifera, e invece riappare ciclicamente riportando alla memoria un film vecchio di trent'anni: strade deserte, consumi di energia elettrica limitati, lampioni spenti. È un ricordo che accomuna chi all'inizio degli anni Settanta era sufficientemente grande da comprende la gravità della situazione, da restare a bocca aperta nell'ascoltare l'immenso silenzio delle città liberate dalle automobili. L'austerity ebbe anche un rivolto positivo: convinse gli europei a cercare fonti energetiche alternative al petrolio, per ridurre la dipendenza dagli approvvigionamenti provenienti dai paesi arabi.


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Dici austerità e pensi al biennio 1973-74, alle biciclette che s'impossessano delle strade, a un Natale più buio del solito, alla sensazione che la crescita fosse infine giunta al capolinea, che il progresso economico avesse un prezzo salato da pagare. Fu allora che la parola austerity entrò nel vocabolario degli italiani assumendo una vasta gamma di significati: da quello proprio di "stretta economica" al più generico "austerità". Ogni qual volta un governo assume misure che mirano a limitare i consumi, riecco apparire in tivù e sui giornali la tanto temuta parolina: austerity. Come un fantasma che si manifesta e si dilegua, lasciando dietro di sé inquietudine e incertezza.(105classics.net)


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giovedì 3 dicembre 2009

VELENI ITALIANI !!!!!!!!!


QUALI veleni nasconde Pianura? E quei veleni che storia e quali responsabilità raccontano? Perché, per dodici anni, di quella discarica nessuno ha più voluto sentir parlare? Massimo Scalia è tornato a insegnare Fisica all'università di Roma "La Sapienza". È stato parlamentare dei Verdi. Tra il 1998 e il 2000 ha presieduto la commissione di inchiesta sui rifiuti. Di quel che sa, la politica sembra possa fare volentieri a meno.
Dice: "Otto anni fa, nel nostro lavoro di indagine, accertammo in modo incontrovertibile che a Pianura erano finiti sicuramente i fanghi velenosi dell'Acna di Cengio. Un quantitativo rilevante, che purtroppo non riuscimmo a definire con esattezza perché buona parte della documentazione che riguardava i trasporti o era andata distrutta o era incompleta. Quei fanghi, ovviamente, sono ancora lì, a Pianura. E se nessuno metterà mano continueranno ad avvelenare la terra e l'acqua. Per sempre".
L'Azienda Coloranti Nazionali e Affini (Acna) di Cengio (Savona), la devastazione del fiume Bormida e l'aspetto lunare della sua valle, sono da almeno dieci lustri la metafora dell'omicidio volontario dell'ambiente per mano dell'uomo. Ne scriveva già Beppe Fenoglio - "Hai mai visto Bormida? Ha l'acqua color del sangue raggrumato, che ti mette freddo nel midollo. Sulle sue rive non cresce più un filo d'erba" - ma fu solo il 23 luglio dell'88, quando dalle sue ciminiere si liberò una nube di anidride solforosa, che l'Italia comprese. 
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L'Acna andava chiusa e, soprattutto, andava in qualche modo aggredita la montagna di veleni che aveva prodotto. Napoli, evidentemente, era un'eccellente pattumiera.
Stefano Leoni è stato fino al 2005 commissario speciale per la bonifica dell'Acna. In sei anni, ha liberato la val Bormida da 300 mila metri cubi di sali sodici. Ha avviato e stoccato nelle miniere di sale abbandonate di Halle (Germania Est) 250 mila tonnellate di fanghi velenosi. Ha accertato che nelle viscere di quella sciagurata terra, restano 3 milioni e mezzo di metri cubi di peci nocive.
Racconta: "Se dovessi dire cosa c'era all'Acna quando siamo arrivati nel '99, farei prima a dire cosa mancava. La fabbrica aveva prodotto per decenni prima esplosivi, quindi vernici. Inventariammo qualcosa come 280 categorie di composti chimici. Le classi di sostanze venefiche che rilevammo erano praticamente al completo. E delle più pericolose: diossine; ammine (composti organici derivanti dall'ammoniaca e contenenti azoto, ndr); composti dello zolfo, del cianuro. Purtroppo non riuscimmo ad accertare cosa era stato portato via prima del nostro arrivo. E dove. Sentimmo di fanghi trasferiti in Campania, incredibilmente a bordo di camion. Addirittura di navi fatte affondare".

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Nicola de Ruggiero, assessore all'ambiente della Regione Piemonte, sembra saperne di più. Non più tardi di una settimana fa, intervenendo in consiglio per sollecitare un voto favorevole ad accogliere una quota di rifiuti campani, dice: "Esiste da sempre una forza centrifuga che spinge i rifiuti fuori dalla Campania, mentre i tossico-nocivi, forse per particolari margini di legalità in quell'area, hanno un percorso inverso. A Pianura sono arrivate almeno 800 mila tonnellate dei rifiuti di Cengio, azienda per noi emblematica del disastro ambientale causato dal Piemonte".
Scalia insiste. "Ribadisco che un dato così esatto non è possibile formularlo. Ma questo non toglie che a Pianura i fanghi di Cengio siano arrivati". Anche perché, forse, non fu neppure necessario nasconderli.
Paolo Russo (Forza Italia) ha presieduto nella scorsa legislatura la commissione parlamentare di inchiesta sui rifiuti. Dice: "Tra il 1988 e il 1991, l'allora amministrazione della Provincia di Napoli autorizzò tutte le discariche del napoletano regolarmente censite ad accogliere rifiuti assimilati fuori regione. 1988-1991. Mi pare che con le date ci siamo. L'Acna è dell'88. La chiusura di Pianura è del 1996. E, dieci anni fa, quell'immenso cratere da 8 milioni di tonnellate di capienza, era evidentemente considerato un pozzo senza fondo in cui poter scaricare di tutto".
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La commissione presieduta da Russo sul ciglio di Pianura non si è mai affacciata. "Non ne abbiamo avuto modo e, diciamo pure, nessuno ci ha sollecitato a farlo. Era considerata una storia chiusa. Finita. Si parlava di un campo da golf". Nessuno pensò fosse neppure necessario bonificarla. Anche perché, come ricorda Russo, non più tardi di quattro anni fa, "la società che gestiva i terreni della ex discarica, risultava sottoposta a interdizione perché non in regola con la normativa antimafia".
La camorra, dunque. Ma anche l'inerzia degli addetti e degli amministratori locali, che a Pianura hanno condotto nel tempo solo carotaggi superficiali. Le sonde non sono mai state spinte oltre i 20 metri di profondità. Oltre la soglia necessaria a pescare nei fanghi velenosi di Cengio. Ad accertare cosa diavolo si sia stratificato nel cratere in quarant'anni di attività.
Se per negligenza o per dolo, questo, forse, lo accerterà l'inchiesta della Procura di Napoli. È un fatto che pensare di lasciare Pianura così com'è, annunci soltanto un nuovo disastro ambientale. Leoni ne sa qualcosa: "Pianura va assolutamente messa in sicurezza. Isolata e quindi bonificata. Sicuramente, sarebbe meglio non muovere una sola zolla del suo terreno. Anche perché aggiungere nuova pressione sull'invaso, qualunque sia il tipo di materiale scaricato, anche solo delle ecoballe, potrebbe produrre improvvisi cambi di pressione interna, alterare gli equilibri di quel che è lì sotto. Noi lo abbiamo imparato a Cengio. Quando arrivammo al cuore dei fanghi, realizzammo che l'unica cosa da fare era richiudere e procedere a una perimetrazione che rendesse impermeabile quel pozzo di veleni". (pianura-veleni-del-nord.htm)



ITALIA MORTI PER AMIANTO !!!







I numeri sono allarmanti: 90.000 morti l’anno secondo la rivista scientifica The Lancet; 500.000 quelli annunciati per la sola Europa nei primi 30 anni del XXI secolo. Eppure non sono bastate queste cifre, terrificanti, per convincere la Commissione europea ad imporre un divieto totale e definitivo sull’utilizzo dell’amianto, la cui pericolosità è legata a una serie di minerali letali per l’essere umano.
Queste sostanze finiscono in decine e decine di oggetti o strutture con le quali ogni giorno veniamo a contatto. Dai freni a disco ai tostapane, dai materiali da costruzione navale agli edifici privati e pubblici (come le scuole). La nocività dell’amianto è stata accertata dal 1906, ma ci sono voluti decenni per convincere alcuni governi a metterlo al bando. E la strada è ancora tutta in salita.
L’ultimo colpo di scena risale al 18 e 19 febbraio scorsi. A Bruxelles si doveva decidere per una regolamentazione sull’utilizzo di alcune sostanze chimiche sul mercato europeo (tra cui le fibre di amianto). Francia, Italia, Belgio e Paesi Bassi si sono pronunciati per un’immediata decisione in merito, ma la maggior parte dei rappresentanti degli Stati membri ha votato a favore di una deroga (rifacendosi a una decisione presa nel 2007 da un gruppo di lavoro della Direzione Generale Imprese della Commissione europea per prolungare, appunto, la derogazione sull’amianto). In sostanza: un nulla di fatto che lascia invariata la situazione e fa slittare le decisioni ad un momento ancora da definire.
“La deroga proposta dalla Commissione europea deve passare il vaglio del Parlamento Ue, che ha tempo sei mesi per pronunciarsi” spiega a Panorama.it Laurent Vogel, direttore del dipartimento Salute e sicurezza dell’Istituto sindacale europeo. “Di mezzo però ci sono le elezioni europee di giugno. E il rischio è quello di vedere i dibattiti prolungarsi in eterno. Se la deroga dovesse essere concessa, gli Stati membri chiederanno di fare di nuovo il punto della situazione nel 2012″. E visti i tempi della burocrazia europea, “rischiano di pronunciarsi in maniera definitiva non prima del 2015″.
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Per Eric Jonckheere, fondatore della Abeva, associazione per sensibilizzare l’opinione pubblica al pericolo dell’amianto, la delusione è stata immensa. “Non posso credere che all’alba del XXI secolo ci siano governi europei disposti a piegarsi di fronte al mondo industriale su una vicenda così grave” ha spiega Jonckheere a Panorama.it. “Se questa deroga dovesse passare, ai 500.000 morti annunciati in Europa entro il 2030 se ne aggiungeranno altre decine di migliaia negli anni succesivi”, ha spiegato. “Io e la mia famiglia siamo cresciuti a Kapelle-Op-Den-Bos, dove mio padre lavorava come ingegnere della multinazionale belgo-svizzera Eternit, la stessa che ha mandato al macello i lavoratori di Casale Monferrato, Cavagnolo (Torino), Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia)” sottolinea Jonckheere, e aggiunge “L’amianto dell’Eternit ha spazzato via la mia famiglia”. Le confidenze di Jonckheere a Panorama.it sono preziose, perché illustrano gli effetti devastanti di un prodotto “che non uccide soltanto le persone che lavorano all’interno di una fabbrica, come mio padre, ma anche coloro che vi entrano in contatto. Sebbene non avesse mai lavorato nello stabilimento dell’Eternit, mia madre (morta nel 2000 all’età di 63 anni, ndr) è il primo caso in Belgio di vittima ambientale”. Dopo di lei, sono morti altri due fratelli: “il primo a 43 anni, il secondo un mese fa, 44 anni appena compiuti”.
È proprio il dolore per le perdite dei familiari che ha spinto Eric Jonckheere a fondare un’associazione senza scopo di lucro. “Con Abeva cerchiamo di sensibilizzare non soltanto l’opinione pubblica ma anche la nostra classe politica sui rischi di salute pubblica che l’amianto fa planare sui lavoratori e i cittadini. E cerchiamo di insistere sulla necessità di assistere le vittime di oggi e di domani. Pochi lo sanno, ma in futuro l’asbestosi farà più vittime del tabacco. Ecco perché la deroga che la Commissione europea intende concedere ai gruppi industriali va combattuta”.
La battaglia si annuncia lunga e difficile. Le multinazionali hanno il vento in poppa. “Dow Chemical, Solvay e Zachem possono contare sul supporto di altri tre gruppi industriali, due svedesi e un bulgaro” spiega Vogel. “Purtroppo le attività lobbyistiche hanno ridotto la capacità della Commissione a decidere in maniera indipendente”, come proverebbero anche fonti confidenziali. “Alcuni gruppi hanno speso somme importanti per la ricerca di materiali e di processi di sostituzione all’amianto” si legge tra i commenti rilasciati da esperti della Commissione a rappresentanti della società civile. “Dow (Chemical)” ad esempio, “ha speso 200 milioni di euro. La Commissione può prendere una misura di interdizione se è provato che esiste un rischio” nel caso della produzione di cloro. “Tuttavia, gli Stati, gli industriali e i sindacati sono d’accordo per dire che non vi è alcun rischio”. Non solo. “C’è chi, come Solvay, ha addirittura trovato un’alternativa all’amianto nei suoi stabilimenti americani, ma non in Europa!” tuona Jonckheere. “Oggi questi gruppi approfittano della crisi economica per dire che il passaggio a una produzione pulita costa troppo. Ma i governi non si rendono conto che i costi per curare nei prossimi anni i malati di tumore o di meotelioma saranno nettamente superiori!”.
La stessa Eternit, in base all’accusa del Procuratore della Repubblica di Torino Raffaele Guariniello, dovrà rispondere del reato gravissimo di disastro ambientale doloso e inosservanza dolosa delle norme di sicurezza. In vista della prima udienza preliminare fissata il prossimo 6 aprile, lo svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Jean Louis Marie Ghislain de Cartier (ex proprietari dell’Eternit) dovranno spiegare alla giustizia italiana decenni di indifferenza per la salute dei lavoratori di Eternit e confrontarsi con i parenti delle centinaia di vittime uccise dal mesotelioma. In tutto, 3.000 persone a cui il miliardario svizzero Schmidheiny è pronto a dare 60.000 euro a testa con la condizione che le famiglie non si costituiscano parte offesa.

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Quella dell’amianto è una vicenda che dura ormai da troppo tempo. Il primo divieto europeo risale al 1999, quando una direttiva Ue vietò la produzione e l’introduzione sul mercato comunitario delle fibre serial-killer a partire dal 1 gennaio 2005. L’unica eccezione fu quella concessa ai diaframmi utilizzati per la fabbricazione del cloro. Questa deroga, limitata a tre anni (fino al 1 gennaio 2008), doveva essere transitoria, il tempo necessario per i gruppi industriali chiamati in causa di trovare alternative ‘pulite’ al processo di produzione. Da allora, la maggior parte delle multinazionali hanno trovato una soluzione, salvo tre: Dow Chemical (Stati Uniti), Solvay (Belgio) e Zachem (Polonia).
Oggi le prospettive sono torbide. Per Vogel, “gli Stati membri si sono dimostrati troppo compiacenti con il mondo dell’industria. A parte la Francia, appoggiata dal Belgio e dai Paesi Bassi, gli altri, a cominciare da Germania, Regno Unito e Polonia, non hanno fatto nulla per opporsi alla deroga, anzi”. E l’Italia? “Nelle riunioni di dicembre scorso gli esperti italiani mandati dal vostro ministero della Sanità mi sembravano molto incerti, anche perché non erano molto preparati. Da allora, le cose sono cambiate e l’Italia ha sostenuto la Francia”. Ma i conti rischiano comunque di essere salati. Oltre alla deroga sulla produzione e importazione, c’è in ballo la possibilità di introdurre sul mercato europeo materiali contenenti amianto e in uso prima del 1 gennaio 2005. “In questo caso” sottolinea Vogel, “la Commissione lascia a ogni Stato membro la libertà di concedere o meno delle deroghe”. Problema: “se la Polonia accetta l’importazione di materiale dalla Russia o dal Canada, ovvero dai due più grandi ‘produttori’ di amianto al mondo, c’è il rischio che questo materiale finisca sul mercato europeo, ivi incluso l’Italia”, spiega Vogel. Il che significa altre vittime supplementari tra i prossimi 20 o 40 anni.
Dal dopoguerra al 1992, anno in cui l’Italia ha deciso di vietare l’amianto, circa 3,7 milioni di tonnellate sono entrate nella composizione di oltre 3.000 prodotti diffusi nel nostro paese. L’effetto è quello di una bomba ad orologeria. Secondo gli pneumologi italiani, ogni anno, nel nostro Paese, 3.000 persone sono uccise da asbestosi (malattia polmonare cronica conseguente all’inalazione di fibre di amianto o asbesto): 1.000 per mesotelioma, 1.500 per tumore pulmonare, gli altri per tumori rintracciati in altri parti del corpo.
Nonostante questi dati, il lavoro da fare sulla via delle restrizioni all’utilizzo dell’amianto sembra ancora in una pericolosa fase di stallo.( panorama)
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martedì 1 dicembre 2009

CHERNOBYL UN DISASTRO SENZA PARI


Il 25 aprile 1986 il reattore dell'unita' 4 doveva essere spento per la manutenzione di routine e si decise di approfittare dell'occasione per condurre un esperimento sull'impianto elettromeccanico.
Si trattava di verificare se, in caso di perdita della potenza elettrica, le turbine in fase di rallentamento potessero comunque mantenere in funzione le pompe di raffreddamento di emergenza fino all'accensione dei generatori diesel di emergenza.
Esperimento gia' tentato in precedenza con risultati inconcludenti, quindi si decise di ripeterlo.
Poiche' si ritenne che l'esperimento non coinvolgesse la parte nucleare dell'impianto, non ci fu un adeguato scambio di informazioni ne' il necessario coordinamento con il responsabile della sicurezza del reattore: conseguentemente non vennero adottate le adeguate misure di sicurezza ed il personale che condusse l'esperimento non venne messo in guardia dei problemi di sicurezza e dei rischi nucleari.

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Alle 13:05 di venerdi 25 aprile inizio' la diminuzione di potenza, verso lo spegnimento dell'impianto, ed alle 14 la potenza scese a 1600 MWt (50% del massimo). Al fine di evitare uno spegnimento automatico del reattore, prima di iniziare l'esperimento venne disconnesso il sistema di raffreddamento di emergenza e quello di regolazione automatica. Il reattore rimase al 50% della potenza fino alle 23 per fornire energia alla rete.

Alle 23:10 si diminui' la potenza fino a 1000 MWt, ideale per iniziare l'esperimento in programma. Da questo momento una serie di manovre sbagliate, dovute ad incompetenza o a decisioni affrettate e rischiose, portarono rapidamente all'esplosione.

A mezzanotte di sabato 26 aprile si passo' dal sistema di controllo automatico a quello manuale e, per un errore degli operatori e una cattiva taratura degli strumenti, le barre di controllo scesero piu' del previsto e la potenza crollo' a 30 MWt, dove l'instabilita' diventa dominante (il minimo previsto dalle norme di sicurezza era di 700MWt). A questo punto si sarebbe dovuto sospendere l'esperimento e rimettere in funzione il dispositivo d'emergenza. Gli operatori, invece, confidavano di riportare la potenza a 700 MWt eliminando i regolatori automatici e passando le barre di controllo al funzionamento manuale (per evitare i sistemi automatici che l'avrebbero impedito). L'operazione riusci' solo in minima parte. Alle 1:00, rimuovendo ulteriori barre, si riusci' ad arrivare a 200 MWt, ma a che prezzo... La centrale era ormai quasi tutta sotto il controllo manuale, con molte funzioni di emergenza disinserite, con la quasi totalita' delle barre disinserite (solo 6 restavano ancora al loro posto) e con funzionamento a bassissima potenza, fuori dalle norme e fortemente instabile.
In queste condizioni un arresto di emergenza rapido avrebbe impiegato almeno 20 secondi. Cio' nonostante si decise di proseguire.

 

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Alle 1:07 la pressione del vapore scese sotto i limiti consentiti: per evitare lo spegnimento automatico del reattore, previsto in simili condizioni, venne disinserito anche questo sistema di sicurezza. A causa dell'instabilita' in aumento vennero richiesti numerosi e continui aggiustamenti manuali da parte degli operatori. Alle 1:19, con la reattivita' che aumentava oltre i limiti, il sistema di controllo richiese lo spegnimento immediato. L'allarme venne ignorato.

Alle 01:22:30 inizio' il vero esperimento in programma: le pompe furono disalimentate e collegate alle turbine in fase di spegnimento, con una portata molto piu' bassa. L'enorme diminuzione del flusso d'acqua nel reattore causo' un rapido aumento della temperatura nel reattore, facendo evaporare grandi quantita' d'acqua.

Alle 01:23:04 l'esperimento si concluse e alle 01:23:40 un operatore aziono' il sistema di spegnimento urgente, che avrebbe richiesto 20 secondi per inserire tutte le barre; la potenza aumento' rapidamente a centinaia di volte la potenza nominale per l'effetto positivo del vuoto dovuto all'esplosione dell'acqua, ma allo stesso tempo favorito anche dalla particolare struttura delle stesse barre di controllo che avevano la punta in grafite. L'improvviso aumento di calore deformo' le barre di controllo impedendone il corretto inserimento, ruppe e fuse gli elementi di combustibile e la pressione nei tubi del vapore aumento' enormemente; nel giro di 8 secondi si produsse una prima esplosione di vapore. L'esplosione distrusse il nocciolo del reattore, danneggio' il tetto e fece sollevare il coperchio monoblocco di acciaio e cemento della centrale, del peso di oltre 1000 tonnellale. Per maggiore disgrazia, nel ricadere, questi si adagio' di fianco incastrandosi tra le opere murarie e nei suoi violenti movimenti strappo' cavi e varie tubature provocando svariati danni, esponendo il nocciolo rovente all'aria
Una seconda esplosione, molto piu' violenta, seguì dopo qualche secondo, probabilmente dovuta all'idrogeno prodotto dalla reazione tra vapore e zirconio e tra vapore e grafite incandescente. Testimoni all'esterno della centrale hanno visto scagliati in aria pezzi in fiamme che, nel ricadere, estendevano l'incendio al corpo della centrale stessa. Circa il 25% dei blocchi di grafite fu sparato in aria dalla reazione. Furono scagliati lontani anche pezzi di elementi di combustibile, parti del nocciolo e delle strutture portanti. Le spaccature del tetto hanno poi fatto da camino contribuendo ad espandere l'incendio. La reazione dell'ossigeno con il nocciolo incandescente incendiò la grafite, incendio che continuera' per altri dieci giorni e che sara' la causa principale della dispersione nell'atmosfera di detriti radioattivi e prodotti di fissione fino ad un'altezza di 1 Km. Altri incendi si svilupparono nei resti dell'edificio, sul tetto del locale delle turbine e nei vari depositi di materiale infiammabile. I componenti pesanti dei fumi ricaddero nelle vicinanze della centrale, i componenti piu' leggeri, invece, iniziarono la loro marcia verso l'Europa, iniziando dal Nord-Est della centrale, dove i venti prevalenti spingevano. Sparito il refrigerante, sparito ogni controllo, finita la geometria del reattore, in qualche parte continuava la reazione a catena perchè vi era Uranio-235 ed un moderatore (grafite) ancora efficienti. Saliva la temperatura ed il nocciolo stava fondendo in una massa unica nella quale la reazione sarebbe proseguita per molto tempo. Il nocciolo intanto penetrava nel suolo per oltre 4 metri. Ormai si poteva tentare solo qualche operazione che alleviasse il completo disastro. Oltre cento incendi erano scoppiati nelle adiacenze della centrale. Occoreva fermarli, spegnere la grafite. Infatti di fianco all'unitá 4 vi erano altri 3 reattori funzionanti, e un'estensione del disastro sarebbe stata un'apocalisse.
Inoltre tutti sapevano di non avere a che fare con semplici esplosioni di natura chimica: oltre ad esse si sarebbe accompagnata una radioattivita' incontrollabile e disastrosa. Negli elementi combustibili dei 4 reattori vi erano oltre 3000 Kg di plutonio e 700 tonnellate di uranio e una infinita' di isotopi radioattivi ottenuti come prodotti di fissioni delle successive reazioni nucleari.
Nessuno sapeva bene come impedire o arginare la catastrofe. Centinaia di pompieri intervenuti dalla vicina Pripyat si sacrificarono, essendo esposti per primi ad enormi dosi di radioattività, per tentare lo spegnimento degli incendi (tra l'altro questi uomini intervennero con attrezzature del tutto inadeguate: non avevano vestiti speciali che li coprissero interamente, non avevano maschere con filtri efficienti, non avevano dosimetri adeguati...).(vocifuoridalcoro.net)


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SEVESO,DIOSSINA,VERITA' DA NON DIMENTICARE !




Seveso 10 luglio 1976 ore 12.37

Nello stabilimento chimico dell' ICMESA una valvola di sicurezza del reattore A-101 esplode provocando la fuoriuscita di alcuni chili di diossina nebulizzata. (la quantità esatta non è quantificabile, qualcuno dice 10-12 chili, altri di appena un paio). Il vento disperde la nube tossica verso est; nella Brianza. Il giorno dopo, domenica 11 luglio, nel pomeriggio, due tecnici dell'ICMESA si recano dal sindaco di Seveso, Emilio Rocca, per metterlo al corrente di ciò che è accaduto nello stabilimento e rassicurandolo che la situazione non desta preoccupazioni perché è già tutto sotto controllo. Dopo 4 giorni dall'incidente inizia la moria degli animali, muoiono galline, uccelli, conigli. Le foglie degli alberi ingialliscono e cadono, e gli alberi in breve tempo muoiono come tutte le altre piante. Nell'area interessata vivono circa 100.000 persone. E solo dopo pochi giorni si verificano i primi casi d'intossicazione nella popolazione. Il giorno 15 il sindaco emana un ordinanza di emergenza: divieto di toccare la terra, gli ortaggi, l'erba e di consumare frutta e verdure, animali da cortile, di esporsi all'aria aperta. Si consiglia un'accurata igiene della persona e dell'abbigliamento. Ci sono i primi ricoveri in ospedale e gli operai dell'ICMESA si rifiutano di continuare a lavorare. Soltanto il 17 luglio appaiono i primi articoli sul "Giorno" e sul "Corriere della Sera". L'accaduto diviene di dominio pubblico. Il 18 luglio parte un indagine dei carabinieri del comune di Meda ed il pretore decreta la chiusura dello stabilimento. Si procede all'arresto del direttore e del vicedirettore della fabbrica per disastro colposo. Ma ancora il 23 luglio dalla prefettura non viene ancora presa nessuna decisione su come far fronte all'emergenza. I casi d'intossicazione aumentano, i più colpiti sono i bambini. Si da nome ad una malattia finora quasi sconosciuta: la Cloracne. La cloracne è il sintomo più eclatante dell'esposizione alla diossina, colpisce la pelle, soprattutto del volto e dei genitali esterni, se l'esposizione è prolungata si diffonde in tutto il corpo. Si presenta con comparsa di macchie rosse che evolvono in bubboni pustolosi giallastri, orribili a vedersi e di difficile guarigione, e la pelle cade a brandelli.

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Può essere compromessa seriamente la funzionalità epatica. L'inalazione del composto crea problemi respiratori. Il 23 luglio dopo 13 giorni dall'incidente la verifica incrociata delle analisi effettuate dalle strutture sanitarie italiane e dei Laboratori Givaudan dell'ICMESA confermano una presenza notevole di TCDD nella zona maggiormente colpita dalla nube tossica. Il 10 agosto una commissione tecnico-scientifica stila una mappatura della zona contaminata. Si decide di evacuare l'area circostante l'impianto per circa 15 ettari, e le famiglie residenti nelle zone più colpite sono invitate ad abbandonare le proprie abitazioni. Reticolati sono posti per delimitare le zone pericolose. La commissione classifica il terreno contaminato in 3 zone a seconda della quantità della diossina presente sul terreno: "zona A" molto inquinata, "zona" B poco inquinata, "zona C" di rispetto. Continuano i casi d'intossicazione e aumentano i ricoveri ospedalieri tra la popolazione di Seveso, Meda, Desio e Cesano Maderno. Tra la popolazione colpita ci sono parecchie donne incinte e si diffonde la preoccupazione per gli effetti della contaminazione sui futuri nascituri. Ma gran parte degli "esperti" tendono a tranquillizzare tutti sminuendo gli effetti della diossina. Si fanno migliaia di analisi del sangue e delle urine, ma non si arriva a capo di nulla. Ulteriori controlli dei terreni fanno estendere la zona A suddividendola in 7 sotto sezioni. Intanto la televisione ed i giornali continuano a mostrare filmati e foto di bambini ricoverati in ospedale con i piccoli volti coperti da estese macchie rosse e le zone contaminate dove si aggirano uomini in tute bianche sigillate che raccolgono campioni di terreno e bruciano carcasse di animali. L'11 ottobre dopo 3 mesi, gli abitanti evacuati dalla zona A rientrano nei loro terreni e indicono una protesta bloccando la strada Meda-Milano. Vogliono rientrare nelle loro case e riprendere possesso della loro vita. Protestano contro il progetto della Provincia e della Regione di costruire un inceneritore a Seveso. Ritorna l'esercito per controllare la zona inquinata ed impedirne l'accesso. Sale la tensione e il malcontento verso le istituzioni che sembrano non voler prendere provvedimenti adeguati. Si chiede la bonifica dell'area come era stato promesso e si suggerisce l'asportazione del terreno inquinato e la collocazione in siti adeguati. Proprio per la tutela degli abitanti nel 1977 viene istituito l'Ufficio Speciale per Seveso.


ICMESA


Lo stabilimento ICMESA comincia la sua attività nel territorio del Comune di Meda nel 1947. Lo stabilimento produce prodotti farmaceutici ed è di proprietà della multinazionale GIVAUDAN. Nel 1963 la ICMESA diventa di proprietà della Hoffman-La Roche. Da subito iniziarono le proteste degli abitanti della zona e le denunce per gli effetti che l'impianto aveva sull'eco-sistema della zona: gas maleodoranti che fuoriuscivano dai camini, l'inquinamento del torrente Certosa o Tarò. Ma tutte le denunce sugli effetti nocivi della fabbrica e le varie accuse furono rigettate dai dirigenti dello stabilimento e non vennero mai presi provvedimenti. Al momento dell'esplosione del reattore chimico si era già al corrente tra gli addetti, che con il surriscaldamento dei materiali di lavorazione si sarebbe formata diossina, ma si sapeva anche, che aumentando la temperatura i tempi di reazione chimica dei prodotti sarebbe diminuita (da 5 a 1 ora) e si avrebbe avuto più prodotto in meno tempo. Gli addetti sapevano che altri incidenti da codesti impianti, erano avvenuti nel tempo in altre nazioni, e sapevano anche dei loro effetti catastrofici sull'ambiente. Sapevano anche che il camino sopra il tetto dell'impianto era privo di abbattitore. Sapevano che i termometri per controllare la temperatura degli impianti erano insufficienti a controllare la reazione. Perciò l'incidente fu provocato dalla omissione delle più elementari norme di sicurezza per un impianto del genere situato vicino al centro abitato E nonostante questo "la fabbrica dei profumi" ( così come la chiamavano gli a abitanti del luogo), ha continuato a funzionare per anni celando la sua pericolosità anche agli stessi operai che vi lavoravano.
La Diossina
"Diossina è un nome generico che indica vari composti tossici; il più noto, indicato con la sigla TCDD, si forma come sottoprodotto nella preparazione del triclorofenolo, sostanza utile a produrre erbicidi e battericidi."
"La diossina è una sostanza altamente tossica in grado di provocare seri danni al cuore, ai reni, al fegato, allo stomaco e al sistema linfatico".

Il composto si deposita sui terreni è non assolutamente biodegradabile né l'intaccano i microrganismi presenti nel terreno. Penetra nell'organismo attraverso la respirazione, per contatto con l'assunzione di cibo, soprattutto carne, pesce e latticini. Nei casi di esposizione a concentrazioni e poiché si deposita nei grassi, è soggetta ad accumulo biologico. Nei topi da laboratorio provoca tumori, disturbi al sistema nervoso, anomalie genetiche . Ancora non è stato accertato quali possano essere gli effetti a lungo termine sull'uomo. Gli abitanti di Seveso e zone limitrofe sono ancora oggi soggetti da laboratorio per lo studio degli effetti della diossina. La diossina non uccise nessun essere umano al momento, ma distrusse l'equilibrio eco-biologico di una vasta aera di territorio e decretò la morte civile di un'intera popolazione. Si sospetta che a 30 anni di distanza il terreno sia ancora intriso di diossina nonostante lo stabilimento chimico sia stato interrato ed al suo posto ci sia ora
il " Bosco delle Querce" impiantato in seguito nella zona, con flora e fauna importata a segnare con un itinerario della memoria un evento da non dimenticare.
Il disastro provocò una destabilizzazione socio-economica di tutta l'area con enorme disagio per gli abitanti che dovettero abbandonare la loro terra, le loro case, il loro lavoro, gli animali. Rinunciare a tutto quello che avevano costruito o progettato per il loro presente e per il futuro. Non si coltivò più Molte donne in gravidanza in quel periodo preferirono abortire e le coppie smisero di fare figli. Famiglie intere furono sradicate delle proprie radici e subirono, nei trasferimenti coatti, anche l'umiliazione di sentirsi emarginati dall'ignoranza della gente che non sapeva cos'era la diossina, e vedeva in loro un pericolo per la propria salute. 80.000 gli animali morti o abbattuti, 158 gli operai esposti alla contaminazione. Un numero imprecisato di bambini rimarranno sfigurati dalla cloracne e porteranno sulla propria pelle gli effetti di questa micidiale sostanza con problemi psicologici che mineranno la loro vita. La responsabilità ricadde in sede processuale sui dirigenti dell'impianto che vennero condannati nel 1983 per disastro colposo e lesioni. I 200 milioni in vecchie lire pagate dalla multinazionale svizzera per il risarcimento furono usati per la bonifica dei terreni più contaminati come la zona A di Seveso dove tutto era stato raso al suolo perché irrecuperabile. I danni materiali e morali di questo disastro ecologico provocato dall'uomo restano incalcolabili. 


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Discariche speciali

Tutti i materiali contaminati asportati vengono depositate in due discariche speciali: la vasca A, a sud di Seveso, dove finiscono le macerie dello stabilimento ICMESA, tutti i terreni oggetto della scarifica e i materiali usati per la bonifica del territorio di Seveso per un volume di circa 200.000 m3. Nell'altra vasca la B, posta più a nord nel Comune di Meda finiranno tutti i materiali contaminati della zona nord e i fanghi del depuratore di Seveso per un volume di circa 80.000m3.
"In seguito all'incidente di Seveso ed altri dovuti all'incuria dell'uomo in proposito di sistemi di sicurezza di impianti chimici e consimili, la Comunità Europea emanò nel 1982 la direttiva n° 82/501 relativa ai rischi di incidenti rilevanti connessi con determinate attività industriali.
La direttiva prevedeva determinati obblighi amministrativi e sostanziali riguardo all'atteggiamento da seguire nella gestione dell'esercizio di attività ritenute pericolose sulla base della tipologia di pericolosità dei materiali, e del quantitativo detenuto.
La direttiva viene recepita dall'Italia 6 anni più tardi con il DPR 175/88."(
pagine70.com)